In sala operatoria scompaiono molte delle cose che, nella vita quotidiana, consideriamo estremamente importanti. Scompaiono la nazionalità, la lingua, il colore della pelle, la religione e lo status sociale. Davanti al medico rimane soltanto un essere umano che ha bisogno di una nuova possibilità di vivere.
Quando il cuore è malato, il chirurgo non chiede al paziente da dove provenga né a quale Paese appartenga. E quando la vita dipende da una decisione medica o da un delicato intervento chirurgico, l’unica appartenenza che conta davvero è quella all’umanità.
Per questo, nel corso di tutta la mia carriera, ho sempre creduto che il cuore non abbia passaporto.
Ho lavorato in diversi Paesi, curato pazienti provenienti da culture e contesti differenti e operato migliaia di persone bisognose in varie parti del mondo. Con ogni nuova esperienza mi sono convinto sempre di più che la medicina sia uno degli ambiti più capaci di superare i confini che gli esseri umani costruiscono tra loro.
Possiamo non parlare la stessa lingua, ma la paura prima di un’operazione è la stessa.
Le nostre culture possono essere diverse, ma lo sguardo di una madre che attende l’uscita del proprio figlio dalla sala operatoria non cambia da un Paese all’altro.
Possiamo avere passaporti differenti, ma il battito del cuore umano è uno solo.
È questa verità a dare alla medicina la sua dimensione etica più profonda. La conoscenza medica non è un privilegio che dovrebbe rimanere confinato nei Paesi più ricchi o nelle grandi istituzioni. È una responsabilità che dovrebbe raggiungere ogni essere umano che ne abbia bisogno.
Da qui nasce l’importanza delle iniziative mediche umanitarie, che non devono limitarsi a offrire cure, ma anche trasferire competenze e conoscenze, formare medici e rafforzare le capacità delle istituzioni sanitarie locali, affinché l’impatto di una missione medica non finisca con l’intervento o con la partenza dell’équipe.
Ho avuto l’onore di eseguire migliaia di interventi cardiochirurgici a favore di pazienti bisognosi in diverse regioni del mondo nell’ambito di iniziative legate al nome del compianto Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, che Dio abbia misericordia di lui.
Per noi, il nome di Sheikh Zayed non era semplicemente il nome dato a un’iniziativa umanitaria, ma rappresentava una vera e propria filosofia nel modo di guardare all’essere umano.
Sheikh Zayed credeva che aiutare una persona non dovesse mai dipendere dalla sua nazionalità o dalla sua posizione geografica e che la vera solidarietà fosse quella che raggiunge l’essere umano semplicemente perché è un essere umano.
Questa filosofia è molto vicina all’essenza stessa della medicina.
Un vero medico non può vedere il dolore e chiedere per prima cosa quale sia l’identità di chi soffre. Né può trovarsi davanti a un paziente che ha bisogno di cure e anteporre i confini politici al dovere umanitario.
Ma oggi la medicina umanitaria ha bisogno anche di un approccio più evoluto.
Non basta più inviare équipe mediche, eseguire un certo numero di interventi e poi ripartire. Il modello più sostenibile consiste nel lasciare dietro di sé conoscenza, capacità e un sistema sanitario più forte.
Quando viaggiamo per eseguire un intervento complesso, dovrebbe esserci un giovane medico che impari accanto a noi.
Quando introduciamo una nuova tecnica medica, dovrebbe esserci un’istituzione in grado di continuare a utilizzarla dopo la nostra partenza.
E quando salviamo la vita di un paziente, dovremmo anche pensare a come costruire un sistema sanitario capace, in futuro, di salvare migliaia di altre vite.
Per questo credo che il futuro della medicina umanitaria poggi su tre pilastri interconnessi: cura, formazione e sviluppo delle capacità.
La cura salva oggi un paziente.
La formazione prepara un medico che salverà pazienti domani.
E il rafforzamento delle istituzioni può proteggere intere comunità per molti anni.
È qui che la cooperazione internazionale in medicina diventa una necessità e non un lusso.
Oggi il mondo dispone di un patrimonio straordinario di conoscenze mediche, ma continua a soffrire di profonde disuguaglianze nell’accesso a tali conoscenze. Tecnologie avanzate salvano vite in una parte del mondo, mentre rimangono ancora inaccessibili ai pazienti di altre regioni.
La vera sfida per la comunità medica globale non consiste soltanto nello sviluppare nuovi trattamenti, ma nel rendere queste innovazioni disponibili in modo più equo.
Anche l’intelligenza artificiale, la telemedicina e l’analisi dei dati possono aiutarci a ridurre questo divario. Oggi un medico che lavora in un ospedale remoto può consultare uno specialista a migliaia di chilometri di distanza, e la conoscenza medica può essere trasmessa in pochi istanti a regioni che, soltanto pochi anni fa, ne erano in gran parte isolate.
Queste tecnologie ci offrono un’opportunità storica per rendere la medicina, nello stesso tempo, più globale e più umana.
Ma la tecnologia, da sola, non basta.
Abbiamo bisogno anche di una cultura medica che creda nella condivisione della conoscenza e che consideri un medico di successo non soltanto colui che esegue il maggior numero di interventi, ma anche colui che contribuisce a formare altri medici capaci di portare avanti la stessa missione.
Dopo decenni trascorsi nella cardiochirurgia, ho imparato che alcuni momenti non abbandonano mai la memoria di un medico.
Non ricordo tutti i numeri né ogni dettaglio di ogni intervento, ma ricordo i volti di alcuni pazienti dopo che avevano riavuto la loro vita.
Ricordo il sorriso di un bambino dopo un difficile intervento al cuore.
Ricordo una madre che ha atteso per ore davanti alla sala operatoria.
E ricordo pazienti che non avevano la possibilità economica di sostenere le cure, ma ai quali la medicina ha offerto un’opportunità che altrimenti non avrebbero avuto.
In quei momenti, un medico comprende che il vero valore della propria professione non risiede soltanto nell’abilità chirurgica, ma anche nella capacità di trasformare la scienza in speranza.
La speranza non ha bisogno di un visto d’ingresso.
La compassione non conosce confini.
E il cuore, alla fine, non ha passaporto.
Per questo la mia missione continuerà a essere quella di fare della medicina un ponte tra i popoli, della conoscenza medica una lingua condivisa e di lavorare per un mondo in cui ogni essere umano, ovunque sia nato e qualunque siano le sue possibilità economiche, possa avere una giusta opportunità di vivere.
Perché la cosa più grande che la medicina possa fare non è soltanto curare il cuore, ma ricordarci che l’intera umanità ha un solo cuore.
Prof. Abdallah Raweh
Cardiochirurgo di fama internazionale
Presidente onorario dell’Università di Salerno – Italia
Vicepresidente dell’Università di Lugano – Svizzera
Professore di Cardiochirurgia, Università Cattolica di Roma – Italia
Professore di Cardiochirurgia, Londra – Regno Unito
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